Il nome di Dio non è Dio

1. La teoria

Presso gli ebrei di stretta e anche meno stretta osservanza è dilagato l'uso, da qualche tempo, di scrivere la parola "Dio" in forma semicontratta "D-o" (o "D.o"), "G-d", "D.ieu".(1) Tale consuetudine è invalsa non solo per i testi più propriamente liturgici e teologici ma anche per quelli di taglio divulgativo-didattici, creando un certo sconcerto nel normale lettore di altra cultura, e viene giustificata dal ricorso al divieto sanzionato dal secondo comandamento.
Che basi scientifiche o teologiche ha questa abitudine? È giustificata? Per rispondere a questi interrogativi dobbiamo risalire a... ancor prima dei biblici Adamo ed Eva, cioè al sanscrito.
Come tutti sanno, le lingue romanze (italiano, francese, spagnolo, portoghese, ladino, rumeno le più importanti) hanno come progenitore più diretto e importante il latino, che è fortemente debitore del greco, il quale a sua volta affonda molte delle sue radici linguistiche nel sanscrito.
Il termine italiano "dio", come il francese "dieu", lo spagnolo "dios" ecc., ha origine nel deus latino, che deriva dal genitivo greco del nome proprio del padre degli dei, Zeus: Dios, appunto.(2) Alla radice di tale nome c'è il tema sanscrito dieu/deva, che esprime i concetti di "luce" e di "splendente". I deva indiani sono "esseri celesti, di natura buona, cattiva o neutra".(3) Né greci né latini hanno mai invocato come Dio i rispettivi Zeus e Giove, attribuendo invece la parola dèi all'insieme di tutte le divinità del loro panteon.
D'altra parte, un termine che richiami esattamente questi concetti non è riscontrabile nel testo ebraico/aramaico della Torah: sono i termini semitici (4) ’El, ’Elohim, che sembrano piuttosto richiamarsi al tema della "forza" o della "potenza", a fornire lo stesso significato di "dio, dèi" e, in un secondo tempo, a essere usati per indicare la divinità ebraica.(5)
E veniamo dunque al famoso episodio del colloquio tra Mosè e Dio presso il roveto ardente: è significativo il fatto che il futuro condottiero domandi: "Se mi chiederanno il nome di chi mi manda, che cosa gli risponderò?" e non "... che nome gli dirò?", tant'è vero che il Signore risponde non con un nome proprio,(6) magari uno di quelli già ben conosciuti dalle tradizioni religiose del tempo, ma con una proposizione di tre parole (due dei quali verbi): "Sono [o meglio,sarò] chi sono [sarò]", in ebraico "'ehyeh 'asher 'ehyeh". Narra di converso la tradizione che "Mosè implorò il Signore di impartirgli la conoscenza del suo Nome Ineffabile, perché non titubasse dinnanzi alle domande dei figli d'Israele. Dio rispose dicendo: 'Ambisci sapere il mio Nome: esso è conforme alle mie opere. [...]".(7)
Più avanti, nel corso della narrazione, troviamo l'enunciazione del Decalogo (= Dieci Parole). Quello che conosciamo come secondo comandamento dice: "Non pronunciare il nome di Yhwh tuo Signore inutilmente". Non è facilmente spiegabile come la pietas religiosa ebraica abbia fatto di un divieto condizionato - l'invocazione inutile del Nome di Dio - un divieto assoluto: l'invocazione tout court del Nome Dio.(8)
Il tetragramma YHWH, che in base al testo masoretico dovrebbe essere pronunciato approssimativamente /Yahweh/ e - stando per esempio al Dictionnaire Encyclopédique du Judaïsme, è "il più importante dei nomi di Dio"(9) - è diventato nel corso dei secoli il nome divino che, al pari di Elohim, può essere scritto ma non verbalizzato (il secondo, quando pronunciato, cambia l'aspirata /h/ in una gutturale /kh/) se non con un sostituto, in genere "Adonai" (lett.: mio Signore) o "Hashem" (lett.: il Nome). Il Tetragramma è diventato dunque lo shem hameforash (lett. "nome impronunciabile") per eccellenza.
È sensato perciò affermare che nessuno dei nomi - a iniziare dal più comune, appunto "Dio" - usati per iscritto, a voce alta o mentalmente, per parlare del, o con il, Creatore dell'universo è, in senso stretto, il suo nome proprio.(10) Questo è non scrivibile e non pronunciabile in alcuna maniera semplicemente perché è inconoscibile dall'essere umano comune. Da qui nasce la tradizione che solo il Grande Sacerdote lo conoscesse e potesse pronunciarlo, durante la celebrazione dello Yom Kippur, a condizione che si trovasse, da solo, nel sancta sanctorum del Tempio di Gerusalemme, cioè nel luogo più intimo e sacro per un faccia-a-faccia tra l'essere umano e il suo Creatore.(11) Di conseguenza, con la scomparsa della più alta carica religiosa del giudaismo storico e del tempio gerosolimitano, il divieto è diventato assoluto e deve intendersi come riferito al solo Nome Impronunciabile. Richiamandoci a quanto detto sopra sul significato di ’Elohim, erano quindi nel giusto i mitici settanta (o settantadue) traduttori della Torah in lingua greca, i quali, quando incontravano il nome ’Elohim, usavano per analogia il termine Dios, anche declinandolo. Nelle Vulgate nazionali di lingua romanza si è quindi scritto (e pronunciato) /Dio/.

2. La pratica


Vi è poi un altro aspetto, forse meno importante, forse meno nobile, che ci spinge ad affermare che è superfluo qualsiasi artificio usato per ottemperare al secondo comandamento: quello grafico.
Dal punto di vista grafico-alfabetico, infatti, l'uso di forme (o formule) quali "D-o", "D.io", "D.ieu", "G-d" ecc., è un assurdo, se solo si pensi alla storia della scrittura, e in particolare al passaggio da un sistema ideografico a quello sillabico e infine fonetico. In quest'ultimo abbiamo un segno convenzionale (derivato da un primitivo pittogramma o ideogramma e condiviso da un numero sempre crescente di individui) che indica quasi sempre un, e uno solo, suono, vocalico o consonantico che sia.
È dunque solo un caso che il suono /i/ venga scritto - o meglio disegnato - con un tratto verticale (il puntino che lo sovrasta non è, a rigore, indispensabile): e se, per uno strano scherzo della storia dell'alfabeto, si fosse deciso di scriverlo con un tratto verticale o con un semplice puntino? Insomma, possiamo dire di avere qui un esempio lampante di ciò che il filosofo francese Emmanuel Levinas ha chiamato "l'idolatria della lettera",(12) un topos nella storia della cultura ebraica che risale ai tempi (preistorici) in cui la scrittura era considerata un instrumentum, se non diabuli, quanto meno magico, soprannaturale, divino, che solo pochi iniziati (stregoni, sciamani, sacerdoti...) potevano maneggiare impunemente. E che la Qabbalah abbia perseverato in questa superstizione - ampiamente avallata, spiegata e illustrata nella Ghematria - non è certo un motivo dirimente.
Da un punto di vista etico e psicologico, inoltre, tali formule si configurano come un mero esercizio di contorta ipocrisia. "Pronunciare" significa infatti "dire ad alta voce" e non tutto ciò che viene scritto deve per forza essere poi declamato: la "pronuncia mentale", che è una pratica naturale - e silenziosa! - dell'attività cerebrale, non è, nemmeno con tutta la più buona volontà esegetica, tra le attività proibite dal secondo comandamento...
Scrivibile e pronunciabile sono due concetti diversi e indipendenti, tanto è vero che il Tetragramma, per principio non pronunciabile ad alta voce, nel testo biblico viene scritto per intero e, in tutte le edizioni per uso liturgico, corredato dei segni diacritici stabiliti dalla tradizione masoretica; muta radicalmente, come abbiamo visto sopra, solo nella lettura verbale. Da notare poi che in nessuna lingua, nella parola che indica la divinità ebraica e cristiana sono presenti una o più lettere del Tetragramma.
Dunque, trastullarsi con strane formule grafiche per aggirare un divieto che in realtà non è mai esistito appare frutto di un amore per la forma che cancella il contenuto, per una lettera (è proprio il caso di dirlo!) che uccide la sostanza. Non è così, ci sembra, che si manifesta l'amore e il rispetto per il soggetto/oggetto della propria fede. Al contrario, una tale abitudine sottolinea e conferma, per citare ancora l'ebreo Levinas, "la 'bonaccia' che regna nell'ebraismo, regolato dalla Legge e dal rito",(13) allontana i credenti e scoraggia la conoscenza e la comprensione da parte delle altre confessioni religiose.

Marilì Cammarata


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(1) Se non addirittura "D.".

2 Naturalmente non è questo il luogo per spiegare la corrispondenza tra lo Zeus greco e il Giove latino...

3 C. Humphreys, Dizionario buddhista, Ubaldini, Roma 1981, p. 38.

4 Nella Jewish Encyclopedia si afferma che questi termini presentano strette analogie con gli equivalenti concetti di divinità nell'accadico, nel cananitico e nell'arabo (J. E, vol. VII, col. 674).

5 A tale concetto rimandano anche i termini "god", "gott" e affini.

6 Nota infatti il curatore della Bibbia ebraica edita da Giuntina, Dario Disegni, che "Il fatto che egli è l'Essere, Esistente per Se Stesso, può voler dire: 'Poco importa il Mio nome, quel che importa e che Io sono'" (Pentateuco e Haftaroth, Firenze 1995, p. 95, n. 6).

7 L. Ginzburg, Le leggende degli ebrei, Milano 2003, vol. IV, p. 79.

8 È forse inutile fare il Suo nome quando si parla di Lui? Sarebbe come parlare di Mario Rossi evitando di chiamarlo per nome e indicandolo con perifrasi (il mio vicino, l'impiegato di banca con le scarpe rosse) o con soprannomi più o meno elogiativi (il Genio, il Beato, l'Houdini dei nostri tempi) ...

9 Parigi 1996, p. 285; il corsivo è mio.

10 È proprio la tradizione talmudica a ricordarci che i "nomi" di Dio sono in realtà suoi attributi. Attributi che la Qabbalah dice essere innumerevoli o quasi. E potremmo, a rigore, fare riferimento anche a quanto dicono in proposito il Maimonide e Spinoza, ma non è questo lo scopo di questo breve intervento critico.

11 Narra infatti la tradizione che "Mosè [...] svelò dunque ad Aronne [il capostipite della famiglia dei sacerdoti, ndr] tutto quello che Dio gli aveva insegnato, persino il segreto tremendo del Nome Ineffabile, ricevuto in cima al monte Oreb" (L. Ginzburg, op. cit., p. 89).

12 E. Levinas, Quattro letture talmudiche, Genova 2000, p. 32.

13 E. Levinas, op. cit., p. 71. "Bonaccia" ci sembra qui un affettuoso sinonimo di "immobilismo", a sua volta molto simile a "conservatorismo"...

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