PRESENTAZIONE

 

In Italia, da una decina d’anni a questa parte i libri “ebraici” (saggistica, manualistica e narrativa a pari merito) vengono sfornati a ritmo vertiginoso: il numero dei ti–toli eguaglia o supera quelli dei quarant’anni precedenti. E ognuno di essi, quasi immancabilmente, reca nelle ultime pagine un “glossario” nel quale si trascrivono le parole ebraiche intraducibili (perché non si può, o non si deve, o è meglio, o è più elegante non farlo), accompagnate da una più o meno succinta (ed esatta) spiegazione del significato. Il tutto, molto spesso, non a cura dell’autore, del traduttore o del curatore, ma del redattore, quasi mai un ebreo o un ebraista, che si sente, e spesso è, vincolato dalle “norme re–dazionali” del proprio datore di lavoro.

Il risultato? Non solo una gamma infinita di trascrizioni più o meno fonetiche, cioè presuntuosamente esatte, ma so–prattutto un’infinita confusione di suoni: per esempio, non viene spiegato che il gruppo “ch” indica l’aspirazione della “c” e l’“h” l’aspirazione, molto meno percettibile, della vo–cale che segue; che molto spesso la “e” è muta, e che, quindi, in un glossario dove si trascrive knesset al posto di kenesset bisogna poi trascrivere slichah invece di selichah.

Capita così che lo stesso autore, pubblicando due libri presso due editori diversi, si ritrovi “colpevole” di aver tra–scritto la stessa parola ebraica in due maniere diverse, come è accaduto, per esempio, per due libri di Elena Loewenthal, Figli di Sara e Abramo (Frassinelli, Milano 1995) e Gli ebrei questi sconosciuti (Baldini & Castoldi, Milano 1996): a un certo punto il lettore potrebbe sospet–tare che cheder e heder indichino due cose diverse...

A complicare le cose, la mancanza di accenti: Pèsach o Pesàch? Aròn o àron?

A questi non inutili problemi tenta di dare risposta il pre–sente manualetto, che vorrebbe aiutare autori, editori, tra–duttori, curatori e semplici lettori di “giudaica” a intro–durre, nella cultura e nell’editoria, un minimo comun denominatore fonetico, grafico e semantico.

Come verrà spiegato nelle pagine che seguono, il discorso è comunque aperto, cioè suscettibile di correzioni e confutazioni, approfondimenti e mutamenti: la pronuncia assume in bocca a ciascuno degli appartenenti a un certo gruppo linguistico sfumature diverse e ogni cultore della materia pretenderebbe di essere un nuovo Graziadio Isaia Ascoli, un nuovo Ferdinand de Saussure, un nuovo (leggi: migliore) accademico della Crusca o, come minimo, un fine dicitore. Ciò vale anche per la pronuncia ebraica, le cui varianti fanno subito distinguere, tanto per fare un esempio, un ashkenazita da un sefardita.

 

Un’ultima precisazione: il manuale è nato con il contributo di ebrei e non ebrei, ma è nato soprattutto dall’umiltà di un’editor che voleva chiarirsi le idee in proposito unita alla sua rabbia di lettrice frustrata nel desiderio di capire meglio il mondo e la lingua ebraici.

Per esigenze di carattere tecnico e divulgativo si è dato uno spazio anche a parole che per gli ebrei ortodossi sarebbe meglio evitare. Pur comprendendo i loro sentimenti, si è preferito essere più esaustivi.

Un grazie di cuore, quindi, a tutti coloro che vi hanno contribuito con critiche, suggerimenti, incoraggiamenti o consigli del genere “meglio che lasci perdere”; in particolare: alla dott. Rosanna Supino e al dott. Ariel Haddad; alla dott. Nanette Zippel, alla prof. Anna Lanceri, al dott. Piero Budinich, al prof. Luciano Petech e a sua figlia, Diana Petech, al sig. Alec Nortmann e alla prof. Emanuela Trevisan Semi; alla prof. Federica Scarpa e al prof. Franco Crevatin.

 

                                                                                                                   Marilì Cammarata

 

 

 

 

 

INTRODUZIONE

 

1. La questione generale: suono e scrittura

Il linguaggio è ciò su cui opera la scrittura, scrive J. Goody: “In termini di sviluppo della società umana [...] il più importante cambiamento [...] è il passaggio dalla lingua orale alla lingua scritta”.[1] È però importante ricordare che “non c’è, ovviamente, lingua scritta che possa corrispondere a tutta la varietà dei dialetti individuabili in una data nazione, sebbene possa indubbiamente usarsi il medesimo sistema di scrittura per registrarli tutti”.[2] Ciò significa, in parole povere, che un toscano scrive “casa” ma pronuncia “/hasa/”, così come un veneto scrive “alberello” ma nel parlato colloquiale pronuncia “/albereo/”... Scrivere, dunque, è molto più che “limitarsi a registrare suoni”.[3]

Ecco perché nel mondo esiste una sterminata gamma di scritture (tutte però riconducibili a pochissimi sistemi ideografici fondamentali) ed ecco perché, man mano che “scopriamo il mondo” e ci mettiamo in stretta relazione con esso, sorge la necessità non solo di imparare gli altri sistemi linguistici e grafici ma anche di tradurli, cioè trascriverli o convertirli nel sistema che ci è proprio per nascita o per scelta personale e che condividiamo con un numero senza dubbio elevato di nostri simili.

Nel villaggio globale in cui oggi siamo immersi (per non dire costretti!) vi è pertanto la necessità di tradurre sia lingue sia alfabeti (cioè segni grafici con funzione fonetica) usando leggi e caratteristiche esteriori, o meglio “estetiche”, valide per il maggior numero di utenti del gruppo linguistico nel quale si traduce, e accorgimenti grafici univoci ma non eccessivamente complessi anche nell’ottica dell’uso della stampa.

Nel mondo occidentale si potrà parlare perciò _ a proposito della “traduzione” (nel senso etimologico della parola, “portare da... a...”), di alfabeti non occidentali _ del problema della trascrizione o traslitterazione in caratteri latini o romani (in una parola, della romanizzazione, secondo l’indicazione di O. Jespersen[4]).

“Ogni linguaggio”, scrive E.A. Havelock, “affonda le proprie radici nella disposizione dei suoni, non dei segni. (...) Ne consegue che ogni linguaggio può essere tradotto in un sistema di segni che il fruitore può scegliere senza per questo modificarne la struttura fondamentale”.[5] Si spiega così perché, per restare nel campo del presente manuale, la parola che indica il contratto matrimoniale possa venir trascritta (nell’illusione, invece, di “traslitterarla”) ketubà o ketubbah o ktubah, con o senza l’iniziale maiuscola (senza pensare che l’alfabeto ebraico non prevede l’uso delle maiuscole...). Ma, si obietterà, l’importante è capirsi, cioè che la grafia generica della parola richiami quel suono e quel significato in misura tale da non consentire errori o equivoci di comunicazione. Se ciò fosse vero in assoluto, come si spiegherebbe l’accuratezza grafica con cui distinguiamo “pero” da “però” o “manda Rino” da “mandarino”?[6]

Come risulta evidente da queste poche osservazioni, il problema della trascrizione e della traslitterazione è molto ampio e, in moltissimi casi, non ha ricevuto ancora una risposta univoca e definitiva. Né può farlo questo manuale che, nell’intenzione dell’autrice, vorrebbe soltanto suggerire un indirizzo di lavoro semplice ma il più possibile puntuale, il più possibile aderente al punto di partenza: la resa delle parole ebraiche nei testi a stampa scritti in italiano e la loro pronuncia.

 

 

2. Traslitterazione, trascrizione, conversione

 

2.1 Le (non) piccole differenze

Chiariamo prima di tutto alcuni concetti. Trascrizione e traslitterazione sono due metodi di traduzione da un sistema di scrittura a un altro. Questi metodi devono funzionare altrettanto bene sia quando si scrive a mano che quando si scrive a macchina o al computer.

La traslitterazione è la traduzione di un segno alfabetico in un altro segno che abbia lo stesso valore fonetico e che abbia lo stesso valore “numerico”, cioè che per ogni segno originale vi sia un solo, inequivocabile e universale segno, sia pure modificato graficamente (con segni diacritici) ove necessario. È detta anche “conversione rigorosa”.

La trascrizione, invece, traduce un segno, sia pure non alfabetico, anche con più segni o caratteri già in uso nella scrittura della lingua d’arrivo, in modo tale che quest’ultimo in–sieme renda l’idea del suono indicato dal grafema originale. È detta anche “conversione semplificata”.

La conversione vera e propria (detta anche “conversione popolare”), infine, si basa sugli usi grafico-fonetici della lingua di arrivo, talché, per esempio, la parola che in italiano viene solitamente trascritta “kasher” (o, anche, “casher”) ed ebraicamente pronunciata “/cascèr/”, in francese viene trascritta[7] “cachère” e dunque, letta “alla francese”, riproduce comunque il giusto suono ebraico. La traslitterazione, secondo le norme che vedremo più avanti, sarebbe invece kaser.

Per la conversione cosiddetta fonemica si veda il § 2.3.

Per la romanizzazione (vedi sopra, §1) può essere usato uno dei primi due metodi o anche un “mix” di entrambi.

Altra cosa è invece la trascrizione fonetica, codificata dall’International Phonetic Association, che riguarda essenzialmente la rappresentazione in forma scritta dei suoni presenti in ciascuna lingua ed è usata quasi esclusivamente a scopi didattici.[8] A questo proposito l’Associazione ha sviluppato, in oltre un secolo di attività, un set di simboli appositamente studiati per distinguere senza ambiguità tutti i vari suoni. L’IPA (International Phonetic Alphabet) riguarda ben 51 lingue di tutto il mondo, ebraico compreso.[9]

La trascrizione fonetica dell’IPA per l’ebraico contiene ovviamente simboli dall’aspetto un po’ esotico, molti dei quali possono essere trovati nei font più comuni dei quali sono dotati i sistemi operativi per PC e per MAC. Tutti sono comunque rintracciabili in Internet.

 

 

 

2.2 Gli studiosi però...

Se solo in occasione dell’uscita dell’ultimo volume della penultima appendice della gloriosa Enciclopedia Treccani si è sentita l’esigenza di dedicare un’apposita voce (di ben cin–que colonne) al concetto e ai problemi della traduzione, chissà quanto ancora dovremo aspettare per leggere quella relativa alla traslitterazione degli alfabeti non latini... Se è vero, infatti, che le difficoltà in questo campo sono immense _ come immense sono le discussioni che vi nascono ogni giorno tra gli addetti ai lavori _ è pur vero che proprio la globalizzazione del mondo esige che vi sia la massima in–tercambiabilità di lingue, parlate e scritte, anche allo scopo di evitare qualsiasi fraintendimento possa da un lato mandare a monte un affare, dall’altro fornire una scusa per far scoppiare un’altra guerra...

Scriveva il glottologo G.R. Cardona: “Nell’uso scientifico quasi ogni tradizione o ambito di studi ha suoi criteri invalsi di notazione e traslitterazione delle varie forme linguistiche e dei nomi di persona o di luogo, e ne risulta un gran numero di soluzioni discordanti [...] e una resa rigorosa richiederebbe anche non poche e non facili decisioni sullo statuto delle varie forme (fonetiche, fonemiche, gra–femiche?)”. Lo studioso stesso precisava poi il “suo” sistema: “... le parentesi uncinate < > racchiudono forme traslitterate, le parentesi quadrate [ ] forme trascritte foneticamente, e dunque pronunciabili (il corsivo è nostro, ndr); [...] quelle in corsivo sono in genere trascrizioni convenzionali”.[10]

Così, in poche ma chiare parole, Cardona delimitava il problema e una possibile soluzione di esso: poiché l’esatta traslitterazione di un alfabeto, o di un sistema fonetico, in un altro _ in questo caso l’alfabeto occidentale _ rischia di essere illeggibile e/o impronunciabile, si può e si deve giungere a un compromesso: la trascrizione convenzionale; ove per convenzione si intende il modo di pronunciare determi–nati caratteri (o gruppi di caratteri) nella maniera in cui si è abituati dalla propria lingua. Facciamo un esempio banale: la parola “קדיש”, che italiani e inglesi leggono e pro–nunciano allo stesso modo (/cadìsc’/), in inglese si trascrive “kadesh”, dal momento che per gli anglosassoni la vocale “e” si pronuncia “/i/”. Fin qui nulla di male (o quasi); il problema sorge quando, operando dall’inglese, il traduttore italiano non “traduce”, cioè non converte, anche questa trascrizione, talché la parola viene riproposta tale, causando non poche perplessità in chi legge, ebreo o non ebreo che sia...[11]

A proposito dell’ebraico, nella sua Storia universale della scrittura Cardona scriveva: “Le vocali sono trascritte secondo la vocalizzazione dell’ebraico biblico; per le consonanti <bgdkpt> non si è invece indicata, per semplicità tipografica, la pronuncia spirante, dato che questa indicazione può essere ricavata con sicurezza; si scriverà quindi <ketab> per <keθab> ecc.”.[12]

 

2.3 Le Norme dimenticate

Sicuramente il glottologo conosceva la prima edizione della prima parte delle Norme internazionali ISO 259, Transliteration of Hebrew characters into Latin characters, apparsa nel 1984 e riferentesi alla traslitterazione “rigorosa”, ma pare non averne tenuto conto.[13] È vero che esse ricoprivano (e ricoprono tuttora, purtroppo) carattere di “raccomandazione”,[14] ma erano (e sono) tuttavia un buon punto di partenza per cercare di arrivare, nell’ambito dell’editoria – intesa nella sua accezione più ampia: quella multimediatica _ a un’uniformità d’uso che renda riconoscibili e, poi, comprensibili al maggior numero possibile di lettori/utenti termini stranieri di uso ormai quasi quotidiano.

La ISO 259, che propone una traslitterazione rigorosa dei caratteri ebraici e quindi un po’ complessa e non alla portata dell’utente medio, venne seguita nel 1994 dalla ISO 259-2. Questa propone una trascrizione semplificata, cioè meno puntuale ma più utilizzabile da quanti (studiosi, traduttori, editori, giornalisti ecc.) si trovano a maneggiare computer dotati solo di font standard, privi cioè di quei caratteri complessi, composti da più segni, che servono appunto alla traslitterazione rigorosa, ma che possono, con un piccolo intervento sul software, ricevere anche caratteri diacriticati (utilizzabili anche per la trascrizione di altre scritture non occidentali, come per esempio l’arabo). L’ISO 259-2 “è destinata soprattutto a facilitare l’elaborazione dell’informazione bibliografica (cataloghi, indici, referenze ecc.)”.

Semplificata non vuol dire però “così come dev’essere pronunciata”: la pronuncia è cosa ben diversa dalla traslitterazione, e anch’essa obbedisce a sue precise regole grafiche, cioè a quelle dell’IPA sopra ricordate (v. § 2.1).

Di recente (1997) è stata pubblicata la ISO 259-3, che contiene una proposta per la conversione popolare o “fonemica”. Tale proposta tiene conto esclusivamente dei problemi di trascrizione che nascono quando si usa il computer “di fretta” (cioè quasi sempre!) e non si ha tempo (o voglia) di andare a recuperare le consonanti diacriticate inserite ad hoc. Queste ultime, dunque, andrebbero trascritte con caratteri che normalmente servono per tutt’altro scopo: la t (ט) andrebbe quindi indicata con @, la s (ש) con $, la ‘ (ע) con & e la  (ח) con x. Ma proviamo a pensare allo sconcerto di un lettore “normale” di fronte a questi segni in–tercalati a una parola di per sé già straniera... Tale sistema non esime poi dall’obbligo di porre a inizio o fine testo una tavola con l’indicazione della pronuncia.

Desta qualche perplessità il fatto che, in fase di revisione delle Norme RICA (Regole Italiane per la Catalogazione per Autore, cioè la “bibbia” del bibliotecario italiano), il gruppo di lavoro costituitosi presso l’ICCU (Istituto Centrale per il Catalogo Unico) stia prendendo in seria considerazione proprio questa terza proposta dell’ISO.

 

2.4. Ad usum populi

Un altro metodo, quello appunto che trae origine dalla pro–nuncia fonetica (non codificato ma ancora molto usato), viene detta dall’ISO “conversione popolare” (e corrisponde in parte a quella “convenzionale” proposta dal succitato Cardona). È chiaro che la conversione popolare, che è (o sembra) la più vicina alla pronuncia fonetica della parola originaria, segue le regole ortografiche di cia–scun gruppo linguistico. Il famoso musicista russo autore dell’altret–tanto famoso “Schiaccianoci” in francese si scrive Tchaïkovski, in inglese Tchaikowsky, in italiano Ciaikovski o Čajkovskij o Chajkowskij ecc.; alla fin fine, però, tutti pronunciano “ciaicovski”.

Nell’ottica di una conversione popolare italiana, dunque, bisognerebbe scrivere “cascèr”, “sciabbat”[15] ecc. ecc., ma, a parte il fatto che, da un punto di vista puramente visivo, questa metodologia produce delle parole “strane” o comunque inconsuete, si dà il caso che la maggior parte degli scrittori e degli editori italiani sia propenso a usare la grafia inglese. Troviamo quindi “kasher”, “shabbath”... ma troviamo anche “ibridi” del genere “Toràh” al posto del più ovvio “Torà”. Più coerenti i francesi, che scrivono, come abbiamo ricordato più sopra, “cachère”, “chabbath”, “Tora”.

Questa anglofilia tutta italiana dovrebbe oggi poter essere messa da parte, poiché chi lavora nell’editoria può farsi o farsi fare dai tecnici informatici tutti i caratteri diacriticati (sia per la “rigorosa” sia per la “semplificata”) che sono necessari per trascrivere correttamente le parole ebraiche.[16]

È anche vero però che in Israele, a livello ufficiale, per trascrivere i caratteri ebraici si usa normalmente la conversione popolare inglese.

 

3. Una proposta

 

In linea generale, vorremmo proporre, ove si rendesse ne–cessario scegliere tra l’assoluta fedeltà e la comprensibilità, la trascrizione semplificata (ISO 259-2) quando si tratta di testi narrativi, di semplice cronaca o di saggistica divulgativa; e la traslitterazione modulata sulle Norme ISO 259 (traslitterazione rigorosa) quando si debba usare un linguaggio più propriamente scientifico (commenti bi–blici, testi storici ecc.). Naturalmente il metodo scelto dovrà essere seguito per l’intero testo.

C’è poi da dire che una trascrizione in base alle Norme ISO consente un’operazione molto importante: chiunque legga un testo in cui esse sono state adottate, infatti, può facilmente risalire al relativo termine ebraico (per esempio, se adottate nel catalogo di una biblioteca italiana, uno studioso tedesco o francese potranno effettuare agevolmente le loro ricerche, dal momento che le lettere saranno state trascritte come nel loro Paese d’origine, e senza perdere tempo a capire di quale originale ebraico quella parola è la trascrizione).

 

 

4. Alcuni problemi di conversione dall’ebraico all’ita–liano

 

4.1 La “e”: scritta, muta, semimuta, pronunciata?

Kenesset o knesset? Stando alle norme ISO la sewah (pron. ital.: /sc’và/), ossia i due puntini posti in verticale sotto una consonante per indicare la vocale ”e breve” (detta anche “e mobile”) non dovrebbe essere scritta né pronunciata. Se adottato, tale uso va esteso, all’interno di un testo, a tutte le parole che presentano la stessa caratteristica.

 

4.2. א e ע vanno traslitterate?

Le Norme ISO propongono di segnalare la presenza di un’a–lef o di un’ayin prive di notazione vocalica con, rispettivamente, il segno ’ e il segno ‘. Nell’uso italiano è invalso invece l’uso (errato) di ometterle del tutto.

 

4.3 Il raddoppiamento delle consonanti: giusto, necessario o errato?

In linea teorica e coerentemente con le norme ISO il rad–doppiamento delle consonanti è errato, in quanto nella lingua ebraica non esistono parole scritte con doppia consonante consecutiva. In questa lingua esistono però consonanti che possono ricevere il dages, cioè il puntino posto entro il rispettivo grafema, che indica un rafforzamento del suono. Da qui l’abitudine di trascriverle raddoppiate.

 

4.4 L’accentazione nelle parole traslitterate o trascritte: neces–saria, superflua o sottintesa?

Nell’uso corretto della lingua ebraica l’errata accentazione di una parola può creare malintesi o produrre perfino errori di comprensione.[17] La maggior parte delle parole prese in esame in questo libro sono accentate sull’ultima sillaba, alcune invece sulla prima.

 

4.5 Le iniziali maiuscole dei sostantivi: necessarie o super–flue?

Nella lingua ebraica non esistono le maiuscole, pertanto non è errato trascriverle con l’iniziale minuscola. Facendo riferimento al loro significato prevalgono però le regole grammaticali della lingua in cui si traduce. Così, si userà l’iniziale maiuscola per tutte le parole che hanno stretta attinenza con la religione: Peśa, Torah ecc.

 

4.6 Parola ebraica ed equivalente yiddish: quale usare e quando?

Nel caso di termini ebraici usati nella loro variante yiddish,[18] è bene considerare il contesto letterario in cui si trovano. Per esempio, nei romanzi di I.B. Singer è più giusto e aderente allo spirito e alla cultura dell’autore scrivere “koser” al posto di “kaser”.

 

4.7 Come si riconoscono le parole femminili da quelle ma–schili?

Le parole femminili, che in italiano richiedono l’articolo femminile, in ebraico terminano solitamente in “a’”, “ah”, “at”, “es”, “ut” al singolare, e in “ot” al plurale. Quelle maschili terminano solitamente in “ar”, “av”, “e”, “em”,“en”, “er”, “et”,“id”, “it”, “on”, “s”, “us”, e in “im” al plurale. Si scriverà perciò: la ¢allah, le ¢allot; il sefer, i kohanim ecc. Come in tutte le altre lingue ci sono, naturalmente, le debite eccezioni.

 

 

5. Il sistema di conversione scelto per questo manuale

 

Per ovvi motivi, in occasione della stesura del dizionario che completa questo manuale si è scelto il secondo metodo di trascrizione, quello semplificato.

Ciò non toglie che, per usi più scientifici delle stesse parole, si possa ricorrere alla traslitterazione rigorosa, utilizzando allo scopo un dizionario della lingua ebraica, dove i vocaboli sono ri–portati completi di tutti i rispettivi segni diacritici.

Ci rendiamo conto che, seguendo strettamente le regole della trascrizione semplificata, molte parole hanno assunto un “aspetto” inconsueto: per questo motivo ne segnaliamo anche la grafia più corrente, ricalcata sulla conversione popolare inglese. Ci piacerebbe però che gradualmente la semplificata soppiantasse del tutto la conversione fonemica o quegli ibridi assolutamente arbitrari ben esemplificati da un testo di peraltro rara bellezza: I racconti dei Ħassidim di Martin Buber, pubblicati da Guanda nel 1992.

Ripetiamo: le Norme ISO sono ancora allo stadio della proposta e non rappresentano certo il massimo dell’esattezza o della ragionevolezza (per esempio a proposito della differenziazione tra “b” e “v”, “p” e “f”) ma, in linea di massima e con qualche aggiustamento, dovrebbero in breve tempo diventare vincolanti. Non sarebbe male se almeno nell’U–nione Europea ne adottassimo fin d’ora i suggerimenti: ne guadagneremmo tutti, in primis la cultura e la comunica–zione. Via libera, dunque, a un necessario e auspicabile di–battito.

 

 

6. N.B.

 

Prima di passare al dizionario vero e proprio, ci sia permesso fare una precisazione. A più riprese, infatti, abbiamo avuto la tentazione di inserire tutti i termini che potessero dare una più vasta visione d’insieme dell’ebraismo. Con rammarico, unito a una profonda consapevolezza dei nostri limiti, non lo abbiamo fatto: sarebbe stato molto bello poter compiere, attraverso queste pagine, un’esauriente escursione nel pensiero, nella storia e nella cultura ebraica ma, per quanto allettante sia questa idea, non vogliamo assumerci una così grande responsabilità che, in caso di fallimento, andrebbe solo a discapito dei lettori/utenti.

Inoltre, questo libro vuole essere solo un aiuto a una maggiore comprensione e un invito alla lettura e all’approfondimento, senza alcuna pretesa di completezza o di perfezione. Negli ultimi anni, infatti, molto è stato pubblicato nel campo dell’ebraismo e molte sono le possibilità offerte al lettore italiano per approfondire tematiche che sono allo stesso tempo semplici e complesse. Come, del resto, la conoscenza stessa.

Ricordiamo infine che “ebreo”, oltre che sostantivo, è anche aggettivo, se riferito a persona: un uomo ebreo, la famiglia ebrea ecc.; “ebraico” viene usato invece come aggettivo riferito al mondo ebraico: un libro ebraico, la lingua ebraica ecc.

 

7. La scelta delle parole che si trovano in questo manuale

 

L’elenco proposto nasce dalla collazione di numerosi testi di narrativa e di saggistica editi originariamente in italiano o tradotti in italiano da altre lingue (ebraico compreso) in questi ultimi anni.

Sia pure con qualche perplessità, abbiamo scelto il raddoppio delle consonanti, anche se, come già detto, se ne potrebbe fare a meno. Nulla vieta però di scriverle “rigorosamente” senza raddoppio.

 

 

8. Alcune regole di pronuncia nella trascrizione semplificata...

 

e , che indicano suoni gutturali tipici della pronuncia sefardi/yemenita, non si pronunciano

b si pronuncia come la “v”

si pronuncia come la “b”

g si pronuncia come la “g” di “gatto”

si pronuncia come la “c” aspirata e gutturale del tedesco “achtung”

si pronuncia come la “c” di “cane”; in finale di parola ha sempre un suono gutturale/aspirato

p si pronuncia come la “f” di “farfalla”

si pronuncia come la “p”

q si pronuncia come la “c” di “cane”

š si pronuncia come la “sc” di “sciare”

s si pronuncia come la “z” di “zappa” (z sorda)

w si pronuncia come la “v” o la “u” a seconda dell’uso vocalico o consonantico richiesto dalla parola

y si pronuncia come una “i” leggermente allungata

z si pronuncia come una “s” dolce

                  

... e nella conversione popolare

 

ch e kh si pronunciano come la “c” aspirata e gutturale del tedesco “achtung”

gh si pronuncia come la “g” di “gatto”

h indica una leggera aspirazione della vocale che precede o che segue

k si pronuncia come la “c” di “cane”

sc si pronuncia come la “sc” di “sciare”

tz si pronuncia come la “z” di “zappa” (z sorda)

z si pronuncia come una “s” dolce   



[1] J. Goody, Il suono e i segni, Il Saggiatore, Milano 1989, pp. 266-268.

[2] Ibid., p. 291.

[3] Ibid., p. 297.

[4] O. Jespersen, The Articulation of Speech Sounds represented by Means Alphabetic Symbols, cit. in J.G. Février, Storia della scrittura, Ecig, Genova 1992, p. 529.

[5] E.A. Havelock, Dalla A alla Z. Le origini della civiltà della scrittura in Occidente, Il Melangolo, Genova 1987, p. 17.

[6] Quest’ultimo esempio trae spunto da quel famoso “telegramma in economia” che recita: Caramella mortadella mandarino tamarindo, cioè: Cara Mella, morta Della, manda Rino, t’ama Rindo.

[7]  e concordata numericamente con il sostantivo a cui si riferisce.

[8] Handbook of the International Phonetic Association - A guide to the of the International Phonetic Alphabet, Cambridge University Press, Cambridge 1999, p. 3.

[9] Ibid., p. 96-99. L’autore della sezione, Asher Laufer, distingue tra una pronuncia “orientale” (quella degli ebrei di origine araba o aramaica, detti anche sefarditi) da quella “non orientale” (tipica degli ebrei ashkenaziti, di origine europea), avvertendo però che non tutti i sefarditi hanno una pronuncia “orientale” così come non tutti gli ahkenaziti usano quella “non orientale” e che le differenze non sono poi così determinanti o così numerose per la comprensione della lingua stessa.

[10] G.R. Cardona, Storia universale della scrittura, Mondadori, Milano 1986, pp. 12-13.

[11] È quanto si legge in Il giorno di Liebermann, di S. Kaminsky, Mondadori, Milano 1996; vi si trova anche minyon al posto di minyan. La trascrizione convenzionale è alla base della Norma ISO 259-3 di cui si parlerà al § 2.4.

[12] G.R. Cardona, cit., p. 12.

[13]L’ISO (International Organization for Standardization) ha il compito di emettere norme internazionali di uniformazione degli standard tecnici, industriali, scientifici e di coordinare le attività normative nazionali mediante scambio di informazioni, con l’intento di eliminare gli ostacoli creati da norme nazionali tra loro non compatibili. Per quanto riguarda la linguistica, come pure l’editoria, vi sono molte Norme ISO ormai adottate a livello internazionale, come per esempio quelle sull’indicazione delle misure metriche o sulle abbreviazioni. L’UNI (Ente nazionale italiano di unificazione) fa parte dell’ISO e collabora alla creazione di nuovi standard.

[14] Non vi è quindi, attualmente, nessun obbligo di adozione di tali norme da parte di singoli enti o uffici pubblici o privati, obbligo che, teoricamente, sussisterà solo quando la proposta, discussa, eventualmente modificata e infine approvata dal relativo comitato tecnico internazionale dell’ISO, diventerà un vero e proprio vincolo di standard internazionale. Si legge infatti nell’ISO 259-2: “L’accettazione (dell’ISO 259) per le comunicazioni internazionali lascia ciascun Paese libero di adottare per il proprio uso interno una normativa nazionale anche diversa, purché compatibile con (questa) ISO 259. [...] L’adozione di norme internazionali compatibili con (quelle) dell’ISO 259 permetterà di rappresentare, in una pubblicazione internazionale, i morfemi di ciascuna lingua in maniera conforme alle abitudini del Paese in cui essa è parlata. Questa rappresentazione potrà essere semplificata per tener conto dell’estensione delle combinazioni di caratteri disponibili nei vari tipi di macchine”.

[15] E “sciabbat” scrive, per esempio, Dario Di Segni nella sua traduzione della Bibbia, ora disponibile nella bella edizione Giuntina (Firenze 1995).

[16] Si arriva così a delle vere assurdità: per esempio, la parola עכש’ו (adesso), che, con la traslitterazione “all’inglese” (ma sarebbe meglio dire ad sensum) “ahshaw” (o “achshaw”) si pronuncia per metà alla tedesca (ach-, un suono aspirato e gutturale), e per metà all’inglese (shav).

[17] Cfr. Handbook, cit., p. 97.

[18] Per la definizione del termine si veda p. 19.

Torna indietro

Stampa questa pagina