I fratelli Rosselli
A. Levi, Ricordi dei fratelli Rosselli, introduzione di S. Levis Sullam, postfazione di Lea Campos, con un “Ricordo” di P. Calamandrei, Centro Editoriale Toscano, Firenze 2002, pp. 250, Œ 16
Non tutti ( e non sempre) i motivi che spingono una persona a comprare un libro coincidono con quelli per i quali poi lo legge. A complicare le cose, si sa che anche i motivi per cui lo leggerà possono essere diversi da quelli di tutti gli altri acquirenti dello stesso testo.
Perché si compra un libro? Limitandoci alla saggistica, si individuano due motivazioni principali: l’autore e il contenuto (anche se a volte, come sanno per esempio gli adelphiani e i selleriani, molto incide l’editore). Si deve poi tener conto del curatore, del pre o postfatore, dell’esistenza di note esplicative, di bibliografia ragionata, di indici analitici ecc.
Chi stende questa breve recensione premette subito che ha letto con molto interesse i Ricordi dei fratelli Rosselli di Alessandro Levi senza dubbio più per l’autore che per i contenuti. Anche al pubblico meno interessato alla res pubblica e alla politica non sono infatti sconosciuti i nomi di Carlo (1899-1937) e Nello (1900-1937) Rosselli, i due giovani antifascisti fatti trucidare da sicari in Francia per ordine di Mussolini. Meno noto, se non nella ristretta cerchia dei filosofi del diritto del secolo testè trascorso, quello dell’autore dei Ricordi: Alessandro - detto affettuosamente Sandrino dai parenti e dagli amici più cari - Levi. Fin dalla prima infanzia il suo nome è risuonato infatti all’estensore di queste righe come quello di uno dei numi tutelari della sua famiglia, essendone stato il padre prima allievo e poi amico più che fraterno.
Alessandro Levi (1881-1953) era nato a Venezia e si era laureato in Legge a Padova nel 1902. Nella sua città natale era attivo all’interno della Comunità ebraica, in particolare del Gruppo Sionistico Veneto. Quale fosse la sua apertura mentale lo dimostra il seguente aneddoto, telegraficamente riportato anche ne “Il Corriere israelitico” del 1904: “L’Avv. Aless. Levi propone che al prossimo Congresso [sionistico italiano, ndr] sia discusso di ammettere al Gruppo anche non ebrei [...] L’Ordine del giorno formulato in senso favorevole alla proposta Levi viene respinto con 25 voti contrari, 6 favorevoli, 1 astenuto”. Come si vede, la parola “socialismo” non era, per Levi, un mero concetto; di sicuro era, per quei tempi, una visione un po’ troppo audace...
Fa piacere sapere che a “Sandrino” in questi ultimi tempi siano stati dedicati tempi, parole e pubblicazioni: la sua figura deve uscire infatti dallo stretto ambito della filosofia del diritto, nel quale peraltro era ormai quasi dimenticato, per rientrare a pieno titolo anche in quella della storia politica italiana del Novecento.
Come spesso ancor oggi succede ai docenti universitari, prima di vincere il concorso a cattedra Levi aveva girato le migliori università del Regno, tra le quali quella di Catania, dove aveva appunto conosciuto e apprezzato un suo giovanissimo allievo, il futuro filosofo del diritto Angelo Ermanno Cammarata. Della loro successiva corrispondenza rimane oggi pochissimo, ma già da essa è possibile farsi un’idea del suo carattere bonario e non privo di ironia. Quando, nel 1938, le leggi razziali lo escludono dall’insegnamento accademico, scrive al suo grande amico: “[...] Comunque vadano le cose, spero che, finché io viva, non mi venga a mancare l’ardore al lavoro. “Non ridere, non lugere, sed intelligere”. E passando dal latino di Spinoza al... meneghino - tiremm innanz...”
Quanto allo stile di Levi, esso è chiaro da queste poche righe, e la lettura, a volte un po’ faticosa, del testo rosselliano lo conferma: l’uomo all’avanguardia nel pensiero filosofico e sociale è rimasto ottocentesco nella scrittura, e, si potrebbe ipotizzare, questa è la causa principale del lungo oblio caduto sull’opera poco dopo la sua comparsa sul mercato editoriale.
I contenuti, infatti, sono tutt’altro che insignificanti, per molti motivi.
Il primo e più importante è che è stato scritto e pubblicato “a caldo”, quando cioè era praticamente impossibile falsificare una realtà storica i cui protagonisti, fascisti e antifascisti, erano per lo più ancora vivi e vegeti (e agguerriti).
Per di più, e questo è il secondo importante motivo, è stato pubblicato “dall’interno”: chi scrive non è un mero storico alle prese con ammuffiti documenti d’archivio (essendo invece uno storico del pensiero politico) o, peggio ancora, un agiografo (anche se il ritratto dei due fratelli sembrerebbe talvolta offuscato dall’affetto), bensì un protagonista di quegli eventi. Sandro Levi era diventato infatti, in virtù del suo matrimonio con Sarina Nathan, cugino dei due giovani, dei quali era più vecchio di quasi vent’anni.
Questa felice combinazione è evidente fin dal titolo: la parola “ricordi” al posto del più ovvio “ricordo”, sta a indicare che nella narrazione sono contenuti non solo i fatti dei quali l’autore è stato protagonista o quanto meno testimone oculare, ma anche quelli tratti dai diari, dalle lettere e dalle opere dei Rosselli. Ne esce quindi un ritratto “a tutto tondo”, come si suol dire, dove l’operato quotidiano non è disgiunto da quello politico e sociale. Non è dunque un caso se vi si trovano a pari merito parole tenerissime nei confronti della madre, la famosa Amelia Rosselli, sopravvissuta con dignità e fierezza alla morte in guerra di ben tre figli maschi (il maggiore, Aldo, caduto sul Pal Piccolo durante la Prima Guerra Mondiale) e, a poche pagine di distanza, una lucida e particolareggiata analisi degli scritti di Carlo.
Terzo importante motivo è il fatto che questa sia stata la prima opera critica dedicata a entrambi i fratelli: l’anno prima era sì uscito un libro dedicato ai Rosselli, ma il suo autore, Aldo Garosci, lo aveva incentrato quasi esclusivamente su Carlo Rosselli.
Si capisce perciò quanto meritoria sia stata la fatica dei due curatori di questa nuova edizione, che comprende, oltre a un piccolo album fotografico della famiglia Rosselli, anche un inedito di Piero Calamandrei, grande amico sia dei Rosselli sia di Levi, dedicato ai due fratelli. Questo testo appare però qui amputato da numerosi omissis, dei quali non si spiega la presenza: facevano parte del manoscritto originale o sono frutto di una scelta dei curatori? Averlo precisato in una noticina a piè di pagina sarebbe stato, anche dal punto storiografico, molto opportuno. Ma, si sa, la perfezione editoriale non è di questo mondo...
Marilì Cammarata
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