Tanti ebrei, tanti musei
AA. VV., Sopra la volta il cielo. Viaggio tra i beni culturali ebraici, a cura di G. Disegni, Firenze, Giuntina, pp. 96, Euro 9
Se nell’intervallo di tempo trascorso tra lo svolgimento del convegno internazionale di Bologna sui musei ebraici in Europa e la pubblicazione dei relativi atti – due anni: 1996-1998 – è stato installato un ascensore che collega i vari piani del Museo Ebraico di Firenze, che cosa sarà successo nei tre – 1999-2002 – che sono stati necessari per quella degli atti del convegno nazionale tenutosi a Torino e patrocinato dai più importanti Enti pubblici piemontesi?
Diciamo subito che il paragone ha anche una finalità polemica: il primo volume, edito da Electa, che raccoglie interventi in italiano e in inglese (ma gli uni non tradotti nella lingua degli altri e viceversa), “pesa” 130 pagine fitte fitte, con piccole ma ottime riproduzioni in bianco e nero, il secondo solo 96 “ariosamente” riempite, di cui solo 70 di vero testo.
Ma non è questo il punto principale, anzi, ha ragione chi dice che i confronti sono sempre odiosi...
Ben altri sono gli appunti che si possono fare all’esile volumetto non edito con la solita cura dalla pur benemerita casa editrice fiorentina: dal punto di vista puramente tecnico vanno segnalati i numerosi refusi e la pessima qualità tipografica delle 16 foto che, a fine testo, riproducono oggetti ed edifici di culto ebraici piemontesi, foto praticamente illeggibili e pertanto poco utili.
Altri nodi cruciali sono:
1. Il sottotitolo, che in genere riassume il contenuto del libro, appare troppo vasto e ottimista rispetto alla realtà: “viaggio tra i beni culturali ebraici” suona molto simile a “brevi cenni sull’universo ebraico”: in realtà in una settantina di pagine si parla per un terzo dell’Italia ebraica e dello Stato italiano come fonte di legislazione culturale, per un terzo del Piemonte e per un altro terzo di Europa. Il convegno di Bologna aveva fatto di più e di meglio.
2. Di nessuno dei relatori – una decina: Lia Montel Tagliacozzo, Alberto Somekh, Giulio Disegni, Roberto Mazzola, Franco Lattes, Eugenio Gentili Tedeschi, Cristina Mossetti, Annie Sacerdoti – viene detta la professione o l’ambito didattico, religioso, politico nel quale essi operano (od operavano al momento del convegno). Così come appaiono nel libro, i loro interventi sarebbero semplicemente il risultato della “sbobinatura” di nastri registrati quel giorno. Possibile che nei tre anni passati da allora nessuno (o quasi nessuno) di essi abbia potuto o voluto integrare, rivedere ed eventualmente ampliare la propria relazione, come del resto è usuale in occasioni del genere in modo da non farla apparire superata dagli eventi e quindi solo parzialmente utilizzabile?
3. Sarebbe stato interessante, inoltre, che nel libro fosse rimasta almeno una vaga traccia del dibattito (ammesso che vi sia stato) conclusivo del convegno, al quale sicuramente avranno partecipato operatori culturali religiosi e laici, ebrei e cristiani.
Come, tanto per fare un esempio, saranno state accolte le tesi diametralmente opposte di Somekh e Disegni in tema di oggettistica liturgica o di uso domestico non più o non altrimenti utilizzabile fuori dal suo contesto naturale? Per il primo, infatti, “la comunità ebraica italiana deve poter essere libera, qualora questi beni non siano più utilizzabili da noi, poiché le Comunità ormai si sono depauperate dal punto di vista demografico, di restituirli altrove al loro uso originale, che siano le risorgenti Comunità dell’ex Unione Sovietica, le grandi Comunità degli Stati Uniti [...], oppure Israele stesso per le finalità per le quali essi sono stati concepiti”. Per il secondo, invece, “l’azione di tutela, in linea generale, dev’essere anzitutto finalizzata non solo a preservare quanto rimane della presenza ebraica, ma a vivificare tutte le testimonianze, attraverso una politica che permetta di non allontanarle dal loro contesto storico-culturale”. Si tratta, insomma di decidere, anche in base alle vigenti norme dello Stato italiano, se e come sia giusto e possibile non disperdere quanto sopravvissuto alle catastrofi degli ultimi secoli alla luce della storia, della memoria e dell’insegnamento per le generazioni a venire. Non proprio questioni di lana caprina, come si vede. Altro tema che di sicuro avrà interessato l’uditorio è: quale destinazione dare agli edifici di culto delle località i cui abitanti di religione ebraica si contano (quando si contano!) sulle dita di una mano? Per Gentili Tedeschi la soluzione sta nel “musealizzarli”, in particolare “farne altrettanti musei didattici, dove si racconti quale sia l’essenza dell’ebraismo [...] e si provvedano i mezzi per cui da ciascun nucleo museale si possa accedere attraverso i canali dell’informatica a qualunque altra cellula di una rete di musei, ossia di quello che potremmo chiamare un ‘museo diffuso’”. La sua risposta al quesito “cosa fare degli oggetti ecc.” non consente dubbi: “[...] un no deciso alla asportazione, sinora largamente praticata, di arredi e di cimeli dalle sedi di Comunità estinte ad altre localizzazioni, sia pure significative e prestigiose”.
4. Se, come è scritto a pag. 12, il libro è stato pubblicato grazie al “generoso contributo” della Giunta Regionale del Piemonte, come si giustificano i 9 euro richiesti all’ignaro acquirente, davvero troppi in proporzione ai contenuti e alla modestia editoriale del volume?
Insomma, perché e per chi è stato fatto il convegno? Perché e per chi è stato pubblicato il libro?
Marilì Cammarata
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