R. Rosenzweig, A Jewish Mother in Shangri-La, Shambala 1998

L'autore

Nata in Polonia nel 1937, Rosie Rosenzweig, figlia di sopravvissuti polacchi emigrati negli Stati Uniti, ha studiato Tecniche della Meditazione ebraica alla Brandeis University of California e insegna meditazione ebraica e buddhista.

La trama

Ben, figlio di Rosie e di Sandy Rosenzweig, psicoterapeuta, cresciuto nei principi di un ebraismo riformato ma severo, comunica alla famiglia di voler andare a vivere in un monastero tibetano insieme al suo guru spirituale. Invece di disperarsi e di pensare "ho perso mio figlio per sempre" - tipica reazione da ... yiddishe mame - Rosie decide di cercare di capire le ragioni del figlio e si fa pellegrina al suo seguito, dall'America all'Europa al Nepal. Il libro è il diario di questa ricerca, intellettuale ed emotiva ancor prima che spirituale, e degli incontri con i grandi maestri buddhisti, tra i quali, memorabile, quello con Thich Nhat Hanh, il monaco vietnamita che ha fondato un centro monastico buddhista aperto ai laici di tutte le religioni. Grazie a questi incontri, che uniscono le spiegazioni teoriche alla pratica buddhista dell'azione consapevole e della meditazione, la Rosenzweig non solo impara a capire e accettare la scelta di suo figlio ma, cosa forse ancor più importante, scopre le affinità di pensiero e di metodo tra ebraismo e buddhismo (si veda a questo proposito anche "L'ebreo nel loto" di R. Kamenetz, Ecig 2001).
Certo, non tutto fila liscio: la sua capacità di comprensione non può che fermarsi infatti dove i divieti mosaici più importanti arrivano a cozzare con consuetudini orientali inderogabili, quale quella di inchinarsi davanti alla statua del Buddha prima e dopo le cerimonie: per la Rosenzweig questa abitudine è nient'altro che una forma di idolatria, già condannata nel secondo comandamento-precetto biblico ("Non ti prostrare e non adorare altri dei...", Esodo 20). Anche i Rufugi - il Buddha, il Dharma e il Sangha - vengono "tradotti" in equivalenti ebraici: l'En Sof (Infinito, cioè Dio), la Torah e la Qehillah (la comunità dei fedeli).
Il "viaggio" si conclude in Israele, dove, alla luce delle sue nuove conoscenze, Rosie riesce a integrarsi maggiormente con gli altri membri della sua famiglia diasporizzata e nello stesso tempo scopre che anche nella culla dell'ebraismo si stanno facendo strada nuovi modi di vivere la fede mosaica, tra i quali proprio quello sperimentato dagli ebrei buddhisti.

Il commento

Come scrive nella prefazione Sylvia Boorstein (della quale Ubaldini ha di recente pubblicato due libri di ottimo successo), "Rosie ci libera dallo stereotipo della Mamma Ebrea" e ci presenta "la sua comprensione del Giudaismo alla genuina luce della scoperta di una conoscenza universalmente condivisa. Rosie ascolta l'insegnamento del Buddha; i maestri buddhisti ascoltano quello che c'è da sapere dell'Ebraismo".
Il tutto è scritto e descritto in tono scrupoloso e spesso intelligentemente ironico, privo di qualsiasi intento apologetico nei confronti dell'una o dell'altra filosofia di vita.
È un testo-chiave - nel senso stretto del termine: un mezzo per aprire una porta sull'ancora sconosciuto - non solo per comprendere come mai ben un terzo dei buddhisti americani (ma anche molti buddhisti europei) siano di origine ebraica (e lo sono per esempio i più noti e apprezzati insegnanti di Dharma, psicanalisti, biblisti ecc.) ma anche per suggerire agli ebrei italiani un diverso approccio alla lettura della loro fede e per comprendere perché moltissimi israeliani nati negli ultimi quarant'anni a un certo punto della loro vita - spesso, non casualmente, dopo aver fatto il servizio militare - abbiano sentito la necessità di andare a cercare una spiritualità più profonda, comprensibile e adatta alla realtà attuale di quella appresa durante l'infanzia in scuole laiche a volte solo all'apparenza.

Marilì Cammarata

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