Ogni tanto dormicchia anche Adelphi...
S. Aleykhem, Un consiglio avveduto, Adelphi, Milano 2003, pp. 130, 8,00 Euro
L'autore
L'ucraino S. Aleykhem (1859-1916) è uno scrittore molto noto della letteratura yiddish la cui vasta opera in prosa e poesia è però poco presente nei cataloghi degli editori italiani. Bene dunque ha fatto l'Adelphi a proporre questi tre raccontini, anche se...
Il libro (e qualche altra riflessione)
... anche se avrebbe potuto fare di più: i testi tradotti occupano infatti solo 100 pagine in corpo grande e formato piccolo (meno di 11 x 18 cm). Nelle restanti pagine, molte delle quali bianche, c'è un'interessante e preziosa "Nota" di Claudia Rosenzweig sul libro e il suo autore. Proprio qui, con un doloroso sussulto, abbiamo scoperto che perfino questo editore, un idolo delle folle intellettual-librarie, cade nella sciatteria tipica dei suoi colleghi: l'ultimo capoverso, ben nove righe!, si ripete pari pari da pagina 123 a pagina 124.
Aliquando dormitat Homerus...
Il prezzo non appare pertanto del tutto giustificato, se si pensa che con la stessa cifra si compra, per esempio, un ben più corposo Oscar Mondadori
Sono ben altre, tuttavia, le riflessioni che suscita la lettura di questi tre monologhi a volte tragici, a volte umoristici, a volte surreali ma sempre molto realistici. Così realistici che quasi sicuramente Aleykhem li ha tratti dalle sue esperienze personali per restituirci i profumi (e gli olezzi) di un qualunque shtetl dell'Europa orientale.
Che dire dunque di questi nostri "antenati" litigiosi, invidiosi, linguacciuti, superstiziosi e un tantino blasfemi? Certo, col senno del dopo Shoah, ancora ci si rammarica di non sentirne più le voci e i sospiri, ma è bene dire che al di sotto quanto essi raccontano ci appare un mondo asfittico, ignorante, malaticcio (in senso psicologico e medico) che, se non fosse stato brutalmente cancellato dalla storia, avrebbe costituito, nel mondo globale, un molesto punto interrogativo all'interno della variegata koiné ebraica.
Sia chiaro: la Shoah non doveva esistere, ma è davvero giustificata l'odierna, plateale, nostalgia per una realtà così fuori dalla realtà (anche di quella ad essa contemporanea)? Né per questo si giustifica l'altezzosità con la quale gli ebrei dell'Europa occidentale hanno - almeno fin dai tempi della cacciata dalla Spagna - guardato i loro fratelli orientali.
Ma, a parte il movimento ultraortodosso americano e israeliano, quanto davvero deve l'ebraismo del XXI secolo, dal punto di vista religioso, etico, culturale, agli ebrei degli shtetlach?
Forse non siamo ancora noi i posteri che possono emettere l'ardua sentenza.
Marilì Cammarata