A proposito di traduzioni...

S. Goitein-Lassner, Una società mediterranea, Bompiani 2002

Pare sia tuttora vigente nel nostro Bel Paese una legge grazie alla quale, se un oggetto acquistato risulta difettoso, entro otto giorni può essere restituito al venditore, il quale, se onesto, ne offrirà al cliente uno integro o gli restituirà i soldi o gli farà un buono di pari valore. Detta legge, in teoria, non ammetterebbe eccezioni. In pratica, invece, ne ha: se, per esempio, compro un quotidiano, un periodico o un libro difettosi (leggi: illeggibili o incomprensibili), me li devo tenere, volente o nolente: nessun giornalaio e nessun libraio li riprenderà indietro e me li sostituirà con altra merce simile. Se però parliamo di quotidiani o di periodici, basta semplicemente buttarli via; diverso il discorso del libro, che costa molto più di una rivista e che di solito viene comperato per essere letto, riletto, conservato, prestato ecc.
Che cosa si intende per “libro difettoso”? Non solo e non tanto un libro, nel caso della saggistica o della non fiction, che dice stupidaggini o cose inesatte, quanto piuttosto quello infarcito di refusi (ed è il caso più frequente, soprattutto in quest’ultimo ventennio), o scritto in un italiano da immigrato clandestino (e anche questa evenienza non è più un’eccezione), oppure - ed è ormai quasi un’abitudine dal momento che il 50 % dei titoli che escono ogni anno in Italia sono traduzioni da altre lingue - mal tradotti. Che il traduttore a volte sia, consciamente o inconsciamente, un traditore dell’originale, è cosa scontata fra gli addetti ai lavori, ma... a tutto dovrebbe essere posto un limite.
Non è infatti possibile che continuino a farla franca editori di grande nome e tradizione (cito a caso: Rizzoli, Mondadori, Bompiani) che, in nome del dio profitto e con la benedizione dei sindacati di categoria, hanno già da molti anni abolito i correttori di bozze, i revisori e i responsabili editoriali interni (questi ultimi sostituiti, qualche rara volta, dagli editor esterni, pagati poco e in tempi biblici).
Prima di indicare alcune possibili soluzioni, sia concesso all’estensore di queste note di richiamare a mo’ di esempio – tra i molti possibili – due testi, pubblicati di recente con grandi squilli pubblicitari: Vittime, di B. Morris (Rizzoli) e Una società mediterranea di Goitein-Lassner (Bompiani). Nel primo troviamo, oltre ai molti refusi (uno per tutti: “...i rivoltosi entrarono nella yeshivah [Aerachemia talmudica (N.d.T)]” p. 149, dove aerachemia sta per accademia), perle traduttive quali: “annesso” al posto di “allegato”, come traduzione pedestre dell’inglese “enclosure”; “collocazione” di mine al posto di “collocamento” (p. 358); per arrivare ai surrealismi di p. 680: “...Yaron vide una processione di medici..., scortati fuori dal campo dai falangisti, che gli dissero dei cadaveri che avevano visto lungo il cammino. Yaron ordinò a questi ultimi [ai cadaveri????] di lasciare i campi” e di p. 790: “All’ingresso del mezzo... egli detonò l’ordigno”. Per non parlare dell’ortografia di “istallazioni” al posto di “installazioni” o “giudaizzizare” al posto di “giudaizzare” (che comunque è, in questo contesto, un termine poco appropriato).
Quisquilie, diremo col senno del poi, dopo aver tentato di leggere il secondo libro in questione, per il quale si sarebbe tentati di chiedere un risarcimento danni mentali e culturali. Ecco un florilegio tratto dalle prime 100 pagine: “inafferabile” e “rapporti contatti” (p. X), “si metterono” (p. 38), “prodotti... accompagnate” (p.53); “l’agora dei greci” (p. 71). Ma il bello (si fa per dire) è tutto nella traduzione, che non è azzardato supporre essere stata fatta con un rozzo programma per la traduzione automatica. Come spiegare altrimenti questi orrori: “Il significato... viene spiegato nella prima volta che il termine compare...” (p. 3); “Sotto questo rispetto” (passim); “le ordinanze richieste dal califfo” (p. 30); “la Tunista... ebbe a pagare” (p. 38); “Damietta... dette [sic] il suo nome a una decina almeno tra famiglie e persone individuali” (p. 83)?
Ma l’apice del delirio è a p. 77, dove apprendiamo che al Cairo gli ebrei pagavano una tassa “per la pulitura e la manutenzione delle pipe [in inglese pipes = condutture, fognature] di terracotta che convogliavano l’acqua usata e gli altri rifiuti nei pozzi neri e nel Nilo”. E non parliamo della grammatica e della sintassi, delle quali al traduttore sfugge non solo l’importanza, ma perfino l’esistenza.
Cosa fare? Due suggerimenti: non comprare più libri di questi editori (o almeno di queste collane), oppure rispedire indietro il libro incriminato con tutte le correzioni del caso e con un’educata richiesta: aridatece li soldi. In nome, se non della legge, della Cultura.

... e di "antisemitismo"

J. Attali, Gli ebrei, il mondo, il denaro, Argo, Lecce 2003

Non credo che l'attuale antipatia che i gentili provano per gli ebrei - in particolare quelli israeliani e (di conseguenza) americani - possa onestamente essere definita "antisemitismo". Se ad essi vengono rimproverate colpe (vere o presunte, o erroneamente interpretate come tali) avvenute nel passato, direi che in questi casi si tratta piuttosto di ignoranza storica, letteraria, politica ecc.; per le colpe di oggi - la maggioranza delle quali riferite al conflitto israelo-palestinese - parlerei piuttosto, appunto di antipatia (politica, in primis), dalla quale non sono esenti neppure gli italiani.
Scorrendo però l'ormai vasta pubblicistica italiota di argomento ebraico viene invece spontaneo parlare di "antisemitismo culturale", o meglio editoriale. Nell'ansia ormai patologica di guadagnare tanto e subito, chi pubblica opere di judaica, narrativa o saggistica indifferentemente, quasi mai (dove il "quasi" è solo un eufemismo) si preoccupa che il traduttore (o almeno l'editor!) abbia una sia pur sommaria conoscenza del mondo giudaico: storia, lingua, tradizioni...
In sovrappiù, sempre allo scopo di risparmiare, non solo è stata abolita definitivamente, fuori e dentro le case editrici, la figura del correttore di bozze, ma anche quella del buon traduttore, che, se "buono" davvero, costerebbe poco più di una colf in nero o di un cattivo traduttore.
Un "buon" traduttore che ha anche nozioni di ebraistica, per esempio, sa che il più delle volte le parole ebraiche vengono trascritte (non traslitterate!) secondo le regole fonetiche della lingua in cui sono scritte: pertanto, semplificando, quella che in francese si scrive yechiva (plurale: yechivot) in italiano si trascrive - con la migliore approssimazione possibile quando manchino i caratteri diacriticati - yeshivah (yeshivot); l'illustre studioso francese Rachi in italiano è Rashi (o Rashì); ashkénaze va "tradotto" ashkenazi; naguid è la trascrizione fonetica (francese) di naghid (o meglio: nagid, dal momento che in ebraico la /g/ è sempre "dura") ecc. Sarebbe poi buona norma che il traduttore sapesse bene, oltre alla lingua di partenza, anche e soprattutto quella di arrivo.
Il risultato di queste sottrazioni di cultura e competenza è terrificante: ormai gli scaffali delle librerie rigurgitano di testi dedicati al popolo eletto tradotti con i piedi e infarciti di refusi da far inorridire un cieco. Sempre restando nel campo delle traduzioni dal francese, voglio citare quella che mi è capitata sotto gli occhi fresca di stampa: Gli ebrei, il mondo, il denaro di J. Attali, che in una classifica delle peggiori traduzioni vince il primo premio ex equo con il Goitein di cui abbiamo parlato sopra. Ecco un esempio che fa il paio con le succitate "pipe di terracotta": "[non] collocare un'area di battitura [del grano, si suppone, ndr] a meno di cinquanta cubiti dai confini di una città, per paura che la palla [nell'originale francese balle = pula], portata dal vento, nuoccia alla salute degli abitanti" (p. 70). O forse l'autore intendeva insinuare che gli ebrei hanno inventato anche la palla a volo?
Quanto alla non conoscenza della grammatica, dell'ortografia e della sintassi italiane, ecco alcune perle: "botteguccie" (p. 122); "dieci anni dopo che nasce l'idea" (p. 145); "benché i califfi prospettano" (p. 146).
E che dire del francese trasposto pari pari in italiano? "pagati alla [= a] commissione" (p. 160); l'inciso "on l'a vu" reso con "lo si è visto" invece che con il più corretto "come si è (già) visto"; "sono rari gli ebrei stabilitisi [sic!] come contadini" (p. 179); "La povertà non priva di dignità." (p. 126) è, in italiano, una frase senza senso fino a quando non si sostituisce "priva di" con "toglie la" ecc. ecc.
Troviamo poi i Sassanidi (meglio detti "sasanidi", come "musulmani" al posto di "mussulmani") con l'iniziale maiuscola e i "parti" (non l'evento della nascita, il popolo) con la minuscola.
Per non parlare di Carlo Magno, definito "l'imperatore carolingio" (p. 152); la "ricchezza egoista e ostentatoria [= ostentata]" (p. 117); "testi sacri e ogni oggetto culturale [= cultuale]" (p. 118); fino al clou dell'ultima pagina, penultimo capoverso: "[...] la mondializzazione spingerà alla moltiplicazioni di tali diaspore, sia scomparendo nelle nazioni che le accolgono, sia rinnovate da nuovi apporti di immigrati", una frase davvero sibillina. A chi il povero lettore potrà chiedere lumi?
E che dire dello strano modo di numerare le note, così inusuale e debole editorialmente che a volte il numero non è più in posizione di apice ma fa parte - stesso corpo, stesso carattere - del testo? E, a proposito: non solo la bibliografia dell'originale è riportata senza cambiare una virgola ed è priva degli eventuali riferimenti a traduzioni italiane (per esempio le opere della Arendt o di Levinas), ma perfino opere scritte in italiano sono riportate solo nella loro edizione francese, come il Decamerone; e che dire dell'indicazione di nota 102 (testuale): "Corano (il).", punto e a capo, nota 103...
E i refusi taccio... sempre più numerosi man mano che passano le pagine. Ma perché meravigliarsi, se perfino gli ultimi titoli editi da Einaudi (Einaudi!!!) ne sono infarciti...

Marilì Cammarata

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